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La tradizione classica nella letteratura italiana

le recensioni

La tradizione classica nella letteratura italiana

Polimnia, anno III, n. 9-10, gennaio-giugno 2007, pag. 97

di Dante Maffìa

Gabriele Di Giammarino, La tradizione classica nella letteratura italiana, Roma Di Renzo Editore, 2006)

Credo che oggi non siano molti i critici che possiedono il bagaglio di conoscenze e il rigore filologico di Gabriele Di Giammarino, studioso dalla tempra rinascimentale, lettore onnivoro con una memoria prodigiosa che gli permette quel che si dice uno “sguardo ampio e comparativo” sulla letteratura di diversi Paesi e perfino incursioni in altre.
La tradizione classica nella letteratura italiana è argomento varie volte affrontato, ma sempre con una certa marginalità e discontinuità; si è trattato di indagini parziali che tuttavia hanno permesso uno scandaglio abbastanza attendibile per avere un’idea del retaggio straordinario che i grandi autori lasciano. Non si è considerato che spesso tuttavia anche autori con personalità meno forti hanno dato ai posteri un contributo notevole. Si pensi, per fare un solo esempio, a ciò che è stata la Scapigliatura per Eugenio Montale o la melica settecentesca per Alfonso Gatto e Arturo Onofri.
La tradizione classica comunque è linfa sotterranea che detta molto spesso indicazioni importanti con riflessi che invadono anche il sociale. È in questa direzione che si è mosso Di Giammarino nell’affrontare l’immenso patrimonio che sta alle nostre spalle e, come è corretto fare, apre il volume focalizzando “il concetto di tradizione letteraria” e affermando che “In tutte le letterature, grandi e piccole innovazioni si muovono nel solco di una tradizione, in quanto solitamente ogni novità germoglia da un precedente strato di cultura, a cui può rapportarsi con maggiore o minore autonomia”. Si noti che lo studioso è attento e cauto nella terminologia, per evitare che la sua diventi una silenziosa opposizione a Croce e una presa di posizione positivistica. In Di Giammarino il metodo è libertà assoluta di fare i conti con i testi, è invito a riscontrare le affermazioni nella pratica delle pagine. E piace se egli non sia mai apodittico, e sia chiaro e convincente nell’esporre il tessere e distessere di una civiltà che spesso si è arenata sulle incomprensioni teoriche dei professori togati.
In Elementi della tradizione classica l’autore del libro si dispiega in una ampia e particolareggiata esegesi che affronta il percorso motivando le scelte e dando ragione delle fonti che poi determinano Formazione e sviluppo dell’idea di classicismo. Le sterminate letture di Di Giammarino qui entrano in gioco e ridisegnano le tendenze che diventano i legittimi prodromi delle Linee d’influenza della tradizione classica sulla letteratura italiana.
Segue una sintesi di storia della letteratura greca, una sintesi di storia della letteratura latina e circostanziate, seppure essenziali aperture su La letteratura cristiana greco-latina e altre tradizioni. Insomma, Di Giammarino, prima di entrare nel vivo delle argomentazioni, prepara il terreno in modo che possa essere agevole comprendere appieno, poi, quelli che sono stati i reali apporti del classicismo a cominciare dal Medioevo, dall’Umanesimo e dal Rinascimento fino ad arrivare ai nostri giorni. Non si tratta, è bene sottolineato, di semplici dati acquisiti dal tirocinio assiduo della lettura; Di Giammarino, nel mentre dispiega le tematiche e ne delinea la loro nascita e la funzione avuta, esprime con naturalezza il suo punto di vista critico e lo fa mettendo a fuoco le pagine esemplari di poeti, narratori e critici che, consapevolmente o non, si sono abbeverati alle fonti del passato. Documentatissimo, fino a diventare saggio erudito, è il capitolo su La disputa classica-romantica, con riferimenti sempre appropriati e sempre tenuti sul filo di un metodo che permette di valutare i singoli autori e le loro opere con uno sguardo che non preclude a interpretazioni eventualmente dissonanti.
Il capitolo conclusivo è sui nostri giorni, si intitola precisamente Dall’ultimo Ottocento ai nostri giorni. Anche qui assistiamo a una quasi miracolosa capacità di sguardo complessivo che riesce a prendere in considerazione esperienze enormi, tra loro lontane, perfino opposte, che nell’insieme danno contezza di quella verità che sta al fondo dell’intero volume. Per dirla con un titolo di Carlo Levi, il futuro ha un cuore antico, anche se oggi c’è confusione, dispersione e disorientamento: “Conosci te stesso e insieme il tuo passato, il passato del tuo popolo, così ammonirebbe oggi l’oracolo di Delfi, imponendoci un imperativo categorico propedeutico al Kantiano: Sii autonomo. Ma purtroppo l’attuale omologazione del pensiero riesce a creare assuefazione, acquiescenza e perfino sudditanza, disponendo di grandi mezzi per conquistare servili consensi e plasmare ad libitum l’opinione pubblica, la doxa ton pollon che Socrate non considerava la migliore bussola di orientamento”.
Gli intenti di Di Giammarino sono lampanti ma se non bastasse, egli ribadisce la sostanza del suo libro illuminandoci con la chiusa del volume: “La strada del riscatto morale e intellettuale non può che passare attraverso una riconquista dei concetti fondamentali del mondo classico, non dogmaticamente atteggiata, ma capace di concordare socraticamente la “virtù” con la “coscienza” e di trascorrere nell’operoso silenzio dello studio alla luce di un agire onesto e consapevole”.
Augurio, speranza, esortazione, utopia di Di Giammarino o certezza che nasce sulla base di una visitazione accurata del nostro passato? Direi tutte queste cose insieme, ma soprattutto la consapevolezza che niente nasce, può nascere dal niente e se a volte sembra che il nuovo sia una luce senza radici bisogna stare attenti. Poeti e narratori che hanno fatto le grandi rivoluzioni hanno sempre attinto alle fonti primigenie prendendo da esse il lievito necessario che li ha guidati alle scoperte e alle innovazioni. Con la tradizione si ha sempre a che fare, soltanto gli stupidi e i ciechi di spirito non si rendono conto che per andare avanti c’è bisogno di tracce addirittura preistoriche.
Il passato va letto giustamente, senza retorica e senza farsi imbrogliare dal peso che ha, senza farlo diventare un giogo, ma va affrontato per poter essere uomini del domani. Magari accusandolo, offendendolo, lacerandolo, riducendolo a icona negativa e impropria. Da questo corpo a corpo possono nascere le grandi opere che ci hanno permesso di diventare uomini del nostro tempo, che pur essendo ancora quelli della fionda e della pietra abbiamo tuttavia saputo uscire dalle pastoie del risaputo e approdare ai misteri del divenire. La tradizione classica è la coscienza viva dei popoli ed è dunque inesauribile tesoro da utilizzare a proposito. Chi non lo ha usato o ne ha abusato è morto nell’anonimato.


Gabriele Di Giammarino, riproponendo un tema così affascinante e così complesso e variegato, ci ha permesso di fare quell’esame di coscienza di un letterato che ogni scrittore dovrebbe fare più volte nella vita. Perciò la tradizione classica nella letteratura italiana è libro che bisogna tenere in grande considerazione e fare in modo che sia conosciuto da studenti e professori, per evitare che si creda che le cattedrali, e non parlo soltanto di quelle erette dagli architetti, ma anche di quelle erette dai poeti come Omero, Orazio, Dante, e Foscolo, possano reggersi se non hanno fondamenta: “Esecrare il mezzo tecnico”, scrive Di Giammarino, come facevano i luddisti dell’Ottocento , è confondere la causa con l’effetto: al massimo si può dire che il mondo della tecnologia, tutto proteso verso gli interessi prevalentemente settoriali del presente, non lascia molti spazi alla riconsiderazione del passato. In ogni caso sono i “manovratori” che possono fare i maggiori danni, commercializzando i nuovi prodotti e le nuove scoperte in un diagramma di valori dove l’etica è a livello zero e il profitto si attesta sempre più in alto”. Come risulta chiaro, Di Giammarino non inveisce, non recrimina, ci invita a guardare le cose nella loro obiettività e così questo libro diventa, oltre che strumento necessario per comprendere taluni atteggiamenti culturali del nostro tempo, anche guida, aristotelicamente parlando, politica ad alta tensione culturale ed etica.